Piove sempre sulla piccola nautica

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Sono ancora lì, le nostre ragazze.

Piove ancora molto, soffia forte ancora il ventaccio da sud, cattivo, irrispettoso di chi è già a terra, ferita, immobile. Il mare è marrone di fango e detriti, nel porto esposto a SE galleggia di tutto e le barche in banchina ballano quasi fossero in mare aperto.

Dall’8 novembre, maledetto giorno della tromba d’aria a Santa Marinella, c’è stato un susseguirsi di fenomeni impressionanti, per violenza e durata. Il torrente Marangone, a NW di Santa Marinella, si è gonfiato di acqua, fango e detriti, da sembrare un vero fiume, riversando a mare di tutto. L’Aurelia è stata interrotta, ci sono state auto trascinate via, muri caduti, coperture divelte. Per fortuna danni alle sole cose.

Eppure ci sono quelli che negano il cambiamento climatico, magari citando statistiche dei secoli passati per ritenere normali certi fenomeni, mai stati così violenti e così frequenti. Il numero di trombe d’aria non si conta più, come quello degli alberi caduti per effetto di sventagliate di 30-40 nodi, come fosse cosa normale alle nostre latitudini. Erano normali, questi fenomeni, quando accadevano una volta ogni due anni, non costantemente e tutti gli anni, nel periodo da metà agosto a inizio dicembre, con una carica di trombe d’aria e venti violenti da mettere in ginocchio tutte le comunità, da Venezia a Matera, passando per la nostra Santa Marinella e il resto dello stivale.

Sono ancora lì, le nostre barche. Aspettano di essere aiutate a risollevarsi, a riprendere la loro dignità e, con loro, la nostra voglia di andare per mare durante tutto l’anno.

Forse da domani, lunedì 17 novembre, qualcosa si comincerà a muovere, dopo che gli armatori sono stati portati verso un unica soluzione per l’intervento e dopo che gli aiuti promessi si sono disciolti sotto il diluvio, con un elegante passo indietro da parte di chi per primo si era proposto per aiutare.

Staremo a vedere, confido nel ravvedimento della dignità e della solidarietà marinara.

Alcuni meteor sono feriti, qualcuno in modo serio, con alberi ormai inutilizzabili, ma la robustezza di questo gioiello di mini cabinato è venuta fuori anche questa volta. Perla Nera è lì che aspetta, incastrata con Sansone, sulla sua dritta, e con Pannocchia accasciata alla sua sinistra. Oggi l’abbiamo visitata, e con una macchina fotografica dotata di zoom, l’abbiamo “avvicinata”, dato che tutto è ancora recintato. Sembra tenere botta, ammaccata sul pulpito di poppa e con una draglia penzolante. Vedremo.

E’ andata peggio a Jona e a Galatea, finite a terra. Fringuello Mannaro è miracolosamente atterrato sui tubolari di un gommone, come se una mano sapiente avesse voluto creare il panico, ma con cura. Nisida non sta malaccio, Pannocchia sembra impennata, con la pala del timone pericolosamente come punto d’appoggio a terra.

Peggio è andata agli Este della Flotta che staziona a Santa Marinella, con alberi piegati come stuzzicadenti, carrelli divelti e murata affettate dalle sartie, come fossero burro.

Le barche sono state numerate da chi provedderà ai lavori di ripristino. Un numero che non è il nobile numero che si mette in occasione dei Campionati Italiani o della Barcolana. Un numero che sa di attesa all’ospedale. Un brutto numero.

Perla Nera ha il numero 20. Ne voglio leggere il lato positivo: era il numero della maglia di Paolo Rossi nel mondiale di calcio in Spagna, nel 1982. Paolo Rossi, un fuscello in mezzo ai giganti, eppure in grado di fare gol a tutte le più forti squadre del mondo, con il supporto di una squadra che trovò la forza nella sua coesione e umiltà.

Furono dei piccoli giganti, in nostri azzurri, come i nostri Meteor, spesso chiamati con disprezzo “barchette” dalle altre classi, ma che anche in questo caso hanno dimostrato di avere la pellaccia dura, orgoglio di migliaia di armatori e della classe più rappresentata per numero di barche alla Barcolana. Una barca che è l’essenza vera della vela: niente fronzoli né gente vestita con brand di grido.

Niente apparenza, solo passione, quella che ti porta a fare centinaia di chilometri per andare a regatare ai Campionati Italiani o centinaia di miglia per conquistare la Corsica con una barca di sei metri e una Prodiera.

Il mare è ancora grosso, di un colore che sa di grave, pieno di costa portata in acqua dai torrenti. Entra nel porto e schiaffeggia la costa.

In questi momenti, in un porto dagli sguardi silenziosi e bassi, mi torna in mente il motto che illumina la più bella nave al mondo, l’Amerigo Vespucci, della nostra Marina Militare:

“Non chi comincia ma quel che persevera” e di certo perservereremo in questo nostro amore per la vela e per la piccola nautica.

Per cui voglio dedicare ai compagni di Flotta del Meteor, agli amici della Flotta degli Este, a Barbara la mia Prodiera, che oggi aveva gli occhi lucidi, ma soprattutto alla nostra splendida Perla Nera, una frase di una grandissimo uomo:

Non giudicatemi per i miei successi ma per tutte quelle volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi. 

Quell’uomo era Nelson Mandela.

Forza, ripartiamo!

BV, sorelle e fratelli